Fegato grasso, una ricerca del Bambino Gesù fa luce sulla patologia

Nuova scoperta dei ricercatori del Bambino Gesù nel campo delle patologie epatiche.  Un team di scienziati dell’Ospedale ha scoperto che la predisposizione genetica è centrale nell’insorgere di forme gravi di fegato grasso o steatosi epatica non alcolica, una delle complicanze più diffuse dell’obesità. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista americana Genes & Nutrition.

Come spiega un comunicato dell’Opbg, negli ultimi vent’anni la steatosi ha raggiunto proporzioni epidemiche anche tra i più piccoli diventando la patologia cronica del fegato di più frequente riscontro nel mondo occidentale. In Italia si stima che ne sia affetto circa il 15% dei bambini, ma si arriva fino all’80% tra i bambini obesi.

La ricerca del Bambino Gesù ha preso in esame un gruppo di 200 bambini e adolescenti italiani (10-13 anni, 113 femmine) con fegato grasso seguiti presso l’Ospedale tra gennaio e giugno 2013. Forme leggere, medie e gravi di fegato grasso erano presenti, rispettivamente, in 60 pazienti (30%), 87 (44%) e 51 (26%). L’indagine ha preso in considerazione fattori demografici, antropometrici, genetici e comportamentali.

Secondo quanto rilevato dagli scienziati, il fattore determinante della steatosi epatica è risultato essere la mutazione del gene PNPLA3. La mutazione è stata riscontrata nel 60% dei pazienti che hanno preso parte allo studio.

Lo studio ha dimostrato anche che il grado di attività fisica sembra avere un ruolo protettivo per quanto riguarda la gravitàdella steatosi come già dimostrato in diversi studi nell’adulto. I ragazzi col gene mutato che svolgono almeno 3 ore a settimana di attività fisica riescono infatti a contenere il grado di severità del fegato grasso.

“Alla luce di queste evidenze – ha spiegato il dottor Valerio Nobili, responsabile di Malattie Epatometaboliche del Bambino Gesù e coordinatore dello studio -  sarebbe opportuno monitorare la popolazione pediatrica in sovrappeso e obesa al fine di identificare i piccoli che possiedono la mutazione oggetto dello studio. In questo modo sarà possibile aumentare il livello di attività fisica ed evitare il consumo di bevande zuccherate, di modo da tenere sotto controllo l’impatto che la mutazione ha sull’evoluzione della steatosi epatica”.

“I risultati dell’indagine infatti – ha detto ancora Nobili – possono essere utili non solo a identificare il bambino con rischio genetico, ma anche a predisporre diete ‘preventive’ nei soggetti ad altro rischio. Grazie a uno specifico test in grado di individuare la mutazione genetica, si entra infatti nel campo della medicina predittiva, di quella branca cioè che si occupa di pervenire in modo scientificamente evidente la possibile insorgenza di una patologia nel futuro grazie all’identificazione degli elementi e delle condizioni che la determinano”.

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