Giornata della Memoria, il ricordo di Suor Vincenza sul Bambino Gesù

“In quel periodo avevamo più medici che pazienti, ai genitori che venivano a rifugiarsi prestavamo i camici, perché non dessero nell’occhio in caso di un’irruzione tedesca”. A parlare è Suor Vincenza, una delle Figlie della Carità di San Vincenzo De Paoli, ricordando una delle pagine più buie della nostra storia. “Quel periodo” a cui si riferisce comprende anni di persecuzioni e rastrellamenti ai danni degli ebrei, un tempo che va ricordato affinché certi orrori non accadano mai più.

Nella giornata della Memoria, il 27 gennaio, si commemorano le vittime dell’olocausto, ma anche i gesti di solidarietà, gli atti di coraggio e di amore portati avanti da persone comuni. Un’occasione, per l’Ospedale Bambino Gesù, di ricordare, insieme alle vittime, quanti si sono adoperati per offrire protezione agli ebrei perseguitati.

Proprio Suor Vincenza ricorda un momento importante  ma poco conosciuto della storia, che vide l’Ospedale Bambino Gesù diventare una sorta di “casa e rifugio” per tutti i perseguitati che non potevano vivere in sicurezza a Roma. L’extraterritorialità di cui godeva il Bambino Gesù e la sua stessa ubicazione – vicino alla Sinagoga e decentrato rispetto al nucleo portante della capitale – consentirono all’Ospedale di continuare a svolgere la sua funzione sanitaria di assistenza pediatrica, riuscendo anche ad offrire protezione ai perseguitati, al di sopra di ogni credo politico o fede religiosa.

“Dentro l’Ospedale, in quel periodo –ricorda Suor Vincenza – poteva accadere di vedere il personale abbandonare in tutta fretta le postazioni di lavoro per dirigersi di corsa verso un rifugio segreto, uno spazio ricavato sulla terrazza più alta, nell’edificio centrale della struttura. Vi si accedeva da una piccola scala metallica. Il suono di 3 campanelle posizionate in alcuni punti dell’ospedale, dava l’allarme e comunicava il cessato allarme, quando la situazione tornava sicura”.

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