Malattie metaboliche, i risvolti psicologici

L’alimentazione ha un’importanza notevole per lo sviluppo fisico, psicologico e sociale di ognuno di noi, e questo fin dai primi momenti di vita. La prima relazione del neonato con la mamma passa proprio attraverso il cibo che assume il significato di cura per il bambino e di soddisfazione dei propri bisogni.

Un’interazione quella mamma-figlio che inizia con l’ allattamento per poi proseguire nella crescita del bambino . Il cibo risulta essere l’ elemento che permette al bambino crescendo di differenziarsi dalla propria madre. Il bambino mangia un qualcosa che è distinto da lui e che proviene da un esterno; inizia così la differenziazione tra un dentro e un fuori, tra un sé e qualcos’altro.

Si capisce, quindi, come la diagnosi di una malattia metabolica comunicata in epoca neonatale possa alterare la sintonia della relazione madre/bambino. A volte è necessario che l’allattamento sia interrotto bruscamente e il genitore deve necessariamente cercare “di risintonizzarsi” con i nuovi bisogni del proprio figlio.

Il momento della diagnosi

Nel caso di patologie diagnosticabili da screening neonatale la diagnosi viene comunicata spesso telefonicamente lasciando i genitori interdetti, increduli e preoccupati. Ne derivano fantasie e vissuti sulla malattia del proprio figlio che vanno ad inserirsi nella relazione fluida madre-padre-bambino. Un momento vissuto con ansia e timore dalla famiglia: le aspettative e le fantasie dei genitori sul proprio figlio, vengono alterate con la diagnosi di una malattia che apparentemente non è visibile all’esterno ed è poco conosciuta anche in ambito medico.

L’aiuto della psicologia

Per queste ragioni il modello utilizzato prevede una presa in carico psicologica del bambino e della famiglia sin dal momento della diagnosi. Fin da quando il piccolo paziente inizia ad effettuare controlli clinici e inizia un percorso di regime di dietoterapia con assunzione di farmaci e/o miscele di aminoacidi, ci si preoccupa di:

  •  supportare il nucleo familiare
  • condividere con loro e monitorare la crescita, le tappe dello sviluppo psicomotorio e cognitivo del bambino
  • prevenire eventuali problematiche legate alla gestione del piccolo.

La relazione che si crea tra famiglia e psicologo attraverso la continuità degli incontri, permette al clinico di diventare la “memoria storica di quel bambino e di quella famiglia”, un punto di riferimento per i mille dubbi che affollano la mente di un genitore alle prese con un bambino da crescere.

Il caso della dipendenza del bambino dalla famiglia

La comunicazione della diagnosi e la necessità di un immediato trattamento dieto-terapeutico mette in moto dinamiche che investono la relazione tra i genitori ed il bambino. Le famiglie hanno spesso la consapevolezza che la dietoterapia associata alle miscele di aminoacidi possano essere l’unico strumento a disposizione per evitare il temuto accumulo di sostanze tossiche nel cervello. Per questo si attengono in maniera rigida e inflessibile a quelle che sono le disposizioni della dietista e del medico competente. Questo lascia poco spazio al bambino nello sperimentare nuovi sapori o accettare l’introduzione di nuovi alimenti con successive possibili problematiche nella condotta alimentare sin dalla prima infanzia che possono protrarsi fino all’adolescenza. In tale contesto, la dipendenza suscitata dalla famiglia non permette al bambino di sottrarsi, sentendosi protetto da tale dinamica. Ne deriva per il bambino una sorta di dipendenza dalla famiglia che spesso interferisce con i suoi processi di crescita e di ricerca di autonomia. Si crea quindi un legame, una simbiosi dalla quale è però necessario che il bambino si affranchi per ritrovare un suo spazio con la sua individualità. Sarà necessario per lui un confronto con i coetanei, non solo in termini di prestazioni ma anche da un punto di vista alimentare.

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